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Maria Fanizza
Il popolo delle formiche, di cui parla Tommaso Fiore nel suo romanzo epistolare omonimo, pubblicato nel 1925, possiamo considerarlo il depositario di una cultura di centinaia di anni e quindi un popolo con una forte identità che gli ha permesso non solo di sopravvivere e svilupparsi ma di realizzare un'impresa che neanche un popolo di giganti avrebbe compiuto. E la cosa più sorprendente ed inimmaginabile è che l'impresa è stata portata a termine in maniera non violenta nonostante la violenza millenaria cui il popolo è stato sottoposto.

La formica lavora tutta la calda estate; si costruisce la casa ed accantona le provviste per l’inverno.
La cicala pensa che, con quel bel tempo, la formica sia stupida; ride, danza, canta e gioca tutta l’estate.
Poi giunge l’inverno e la formica riposa al caldo ristorandosi con le provviste accumulate mentre la cicala trema dal freddo, rimane senza cibo e muore.
Le dominazioni succedutesi su queste terre, e su questo popolo, sono un elenco infinito iniziato con i Romani e finito con i Piemontesi ed i fascisti, con rari periodi di felice autonomia, mai assimilabile alla libertà e tanto meno sfociata in dominazione o sfruttamento di altri popoli.
Anche la natura non è stata benigna se consideriamo la siccità perenne che ha fatto creare al poeta e senatore Francavilla il nome di Le terre della sete. Terreni aridi ed arsi, mancanza di fiumi, rare piogge torrenziali che provocavano smottamenti delle zone collinari ed alluvioni delle zone pianeggianti, ampie zone paludose lungo i litorali da Lesina a Frassanito.
Le “formiche” nei secoli hanno sviluppato una capacità “difensiva e passiva” impressionanti:
- alla carenza di acqua si è risposto conservando la pioggia in infiniti tipi di maniere: dalle cisterne di accumulo sotto tutte le case, alimentate dai tetti strutturati in maniera opportuna, alle cisterne scavate ai bordi delle strade per raccogliere le acque piovane che scorrevano, ai cosiddetti “laghi di Conversano” consistenti in doline carsiche in cui il “popolo” ha costruito cisterne interrate negli avvallamenti del terreno lì dove confluivano acque piovane destinate a seccarsi con l'arrivo della stagione calda e così conservate per tutto l'anno, al riciclo dei reflui, che confluivano nei pozzi neri, per l'irrigazione e la concimazione dei campi.
- Nelle zone litoranee dove la falda era non troppo profonda venivano scavati centinaia di pozzi; sono ancora visibili i sistemi meccanici a cremagliera per il sollevamento dei secchi usando la forza di asini alla sbarra che giravano in tondo; più recentemente sono stati sostituiti da pale eoliche.
- Nei secoli sono state selezionate culture e varietà adatte a svilupparsi e fruttificare in assenza di irrigazione: si pensi ai mandorli, agli olivi, alle carrube, e perfino a specifiche varietà di uva o pomodori, in una terra arida per molti mesi all'anno, a volte senza piogge da Marzo ad Ottobre
- E' stata sviluppata una civiltà del “tratturo” per portare le greggi a piedi in zone montane per trascorrervi l'estate
Agli smottamenti si è risposto con i terrazzamenti sostenuti da muretti a secco, alle alluvioni si è risposto costruendo ciclopiche dighe di sassi con lo scopo non di creare laghi, impossibili in un terreno che filtra, ma per rallentare la violenza delle acque dei torrenti che passando attraverso i sassi rallentavano la loro corsa e contemporaneamente permettevano il deposito di terriccio che si accumulava sul fondo della conca. Ma alle formiche non bastava, quel terriccio veniva a sua volta riciclato spostandolo in altre aree da riempire e coltivare, in modo da impedire che le dighe si interrassero una volta riempite le conche perdendo il loro primario compito di difesa.
Se osserviamo queste “dighe” e la quantità di sassi necessarie, tutte ordinatamente disposte, e ricordiamo che il lavoro era tutto rigorosamente a mano, gli animali aiutavano solo nel trasporto, sembra impossibile che siano state realizzate da formiche. E su ogni torrente ce n'erano tante. Le piramidi furono costruite da schiavi al servizio dei re e per la loro gloria, le nostre dighe furono costruite da formiche che si difendevano dalle avversità naturali e le utilizzavano a proprio vantaggio.
Ma i pericoli non erano rappresentati solo dagli eventi naturali, le invasioni di popoli dediti al saccheggio ed allo sfruttamento, briganti, gabellieri, eserciti amici ma affamati, nobili circondati da una corte e dediti all'esazione di tasse e decime, etc.
Da tutto ciò le formiche si difendevano con torri di avvistamento, viuzze strette per costringere gli invasori ad entrare uno alla volta, case a forma di trullo da demolire e ricostruire in brevissimo tempo pur essendo di pietre, e così via.
La base di questa organizzazione culturale era la conservazione ed il riutilizzo. Come le formiche lavorano tutto l'anno non solo per costituire un formicaio nascosto e profondo ma conservano le loro riserve di cibo, ed a loro modo li difendono fondamentalmente sacrificandosi nell'interesse del formicaio (se pure muoiono mille formiche ne restano a sufficienza per continuare), così le Formiche di Puglia costruiscono la loro dimora e la loro organizzazione (il paese) e la difendono soprattutto con il sacrificio personale. Ma dove sono imbattibili è nella difesa “passiva” conservando ogni cosa in modo da resistere non solo alle avversità naturali, ma anche a razzie, furti, morti, epidemie, etc. Marmellate, conserve “a bagno Maria”, ortaggi secchi, formaggi, conserve sotto sale, sotto aceto, nella sabbia, nella segatura, e poi bisce nell'acqua delle cisterne, calce viva per disinfettare l'acqua, citrato per potabilizzarla, pareti e tetti pittati “a calce” per difendersi dal sole e dal suo calore, ma anche per disinfettarli da insetti e muffe che inquinerebbero la raccolta dell'acqua, e così via in un crescendo di lavori domestici ed in campagna o sul mare tutti basati sulla “cultura del futuro” che era anche la base dell'educazione dei figli basata sui valori che il popolo distillava.
Ogni volta che la follia dell'uomo o la natura provocavano danni lievi o gravi che fossero, le formiche si rimboccavano le maniche e ricostruivano, riorganizzavano, ripristinavano le riserve sia umane che materiali, in un processo di progressiva inclusione del nuovo appreso dall'esperienza per cui si diceva che “l'esperienza è la somma delle fregature”.
La paura e l'esperienza avevano sviluppato un'identità la cui forza era nel prevedere (il futuro) e prepararsi ad affrontarlo. Anche la religione affermava che ad una vita di sofferenze e privazioni corrispondeva un al di là premiale, un futuro di grazia e gioia.
La famiglia era la prima unità valoriale che preservava la stirpe e difendeva i suoi membri, ma il gruppo non era meno importante esaltando i valori di solidarietà e fratellanza.