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“Santa Barbara”, Nicola Lagioia torna in Puglia a Capurso. Maria Fanizza
Una donna, due famiglie e mezzo secolo di trasformazioni: il nuovo romanzo intreccia ambizione, memoria e immaginario religioso.
Quanto può costare il desiderio di cambiare la propria vita? È una delle domande suggerite da Santa Barbara, il nuovo romanzo di Nicola Lagioia, pubblicato da Einaudi e in libreria dal 6 ottobre 2026. Dopo La città dei vivi, lo scrittore torna nella sua terra d’origine e ambienta a Capurso una saga in cui le vicende di due famiglie si intrecciano con quelle di una comunità che cerca una via d’uscita dalla povertà.
Al centro della storia c’è Nunzia Battista. A muovere la sua ambizione è l’immagine di un collier di diamanti, intravista mentre il sole tramonta sulle gravine. Quel gioiello può essere letto come il simbolo di una vita finalmente diversa: la promessa di contare qualcosa, di possedere ciò che è sempre sembrato irraggiungibile. Accanto a Nunzia ci sono il marito Nicola e il figlio Domenico, che costruirà la propria fortuna attraverso il sapere delle ricamatrici locali. La trama attraversa cinquant’anni di legami, conflitti e aspirazioni, con una Santa capace di ascoltare desideri anche oscuri.
Già da queste premesse emerge una tensione che riguarda da vicino la storia del Mezzogiorno: il confine tra la legittima aspirazione a emanciparsi e una fame di successo che rischia di consumare gli affetti. Se la ricchezza diventa la misura del proprio valore, che cosa accade a tutto ciò che non si può comprare? È una domanda con cui questa vicenda familiare invita a confrontarsi.
Anche il riferimento alle ricamatrici suggerisce una possibile chiave di lettura. Un sapere custodito e tramandato dalle donne diventa la base di una fortuna: il lavoro paziente delle mani entra così nel racconto dell’ascesa economica. Viene da chiedersi chi riceva riconoscimento quando un patrimonio collettivo si trasforma in successo individuale.
A illuminare la nascita del libro sono le parole con cui Lagioia lo ha presentato. L’autore ha raccontato di aver conservato a lungo le voci ascoltate da bambino, ripetendone le storie per sottrarle all’oblio. Il romanzo ha preso forma quando un nuovo rapporto con chi era scomparso e con chi doveva ancora nascere gli ha permesso di trasformare quella memoria in qualcosa da trasmettere.
È qui che Santa Barbara rivela la forza della propria premessa: raccontare le origini significa interrogare ciò che abbiamo ricevuto e ciò che lasceremo. Le ambizioni dei genitori, i loro silenzi e le loro paure continuano a vivere nelle generazioni successive.
Capurso diventa così il luogo da cui affacciarsi su una questione universale: quanto del nostro destino scegliamo davvero, e quanto continuiamo a ereditare? Nel ritorno di Lagioia alla Puglia, questa domanda incontra le voci di un mondo che la letteratura può ancora custodire e consegnare al futuro.